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Articolo di Fabio Pin pubblicato da Il Secolo XIX
I familiari non avevano più sue notizie dalla mattina, verso le 9, quando era uscito salutando normalmente, senza far presagire nulla, senza destare alcun sospetto. Probabilmente, invece, aveva già deciso. Deciso di farla finita, impiccandosi a una trave del garage sotto casa, che l’uomo utilizzava anche come deposito.
A trovare il corpo, nella tarda serata di mercoledì, è stato il figlio diciottenne. Sentite le urla del giovane, anche la moglie si è precipitata in strada. Hanno chiamato il 118, ma i soccorritori non hanno potuto fare nulla. Paolo Manca, 45 anni, operatore ecologico, aveva cessato di vivere da diverse ore. I carabinieri precisano che non esistono biglietti o scritti che motivino in modo esplicito il gesto, ma parlano esplicitamente di «verosimile crisi depressiva dovuta alla recente perdita del posto di lavoro».
E in paese il problema di Paolo Manca era noto: aveva perso
l’impiego e scarse erano le prospettive di riconquistarlo. Non
sopportava l’idea di rimanere un precario a vita e di questa
insicurezza, ormai comune a centinaia di migliaia di italiani, alla
fine è diventato in qualche modo simbolo e purtroppo anche vittima. «E’
una tragedia che colpisce tutta la nostra comunità e non solo perchè la
sua famiglia è molto conosciuta. Ma soprattutto perchè ci ha lasciati
una persona buona, gentile, educata, dotata di un grande senso civico»,
dice il sindaco di Santo Stefano, Marcello Pallini. La storia di Paolo
Manca è quella di un uomo che prima di imboccare il tunnel della
precarietà, e quindi di perdere la dignità del lavoro, aveva tentato di
mettersi in proprio. I genitori, molto noti nella zona, erano titolari
di una stazione di servizio, ma lui dopo alcuni anni aveva deciso di
intraprendere un’altra strada avviando una piccola attività di
trasporto nel campo dell’edilizia. Un settore difficile, in crisi da
diverso tempo, dove per ritagliarsi uno spazio di mercato occorre
sgomitare e, a volte, scendere a compromessi.
La nuova attività,
dicono in paese, non gli garantiva guadagni sufficienti e dopo qualche
anno Manca aveva deciso di lasciar perdere e si era messo alla ricerca
di un lavoro come dipendente. L’occasione era arrivata all’inizio del
settembre del 2006, con l’assunzione da parte della Aimeri, la società
che aveva in gestione dal Comune di Riva Ligure il servizio di
spazzamento e raccolta dei rifiuti. A differenza dei suoi tre colleghi,
lui poteva contare solo su un contratto a tempo determinato della
durata di un anno. Ma all’epoca non aveva certo storto il naso: era una
persona volenterosa e responsabile, e per mantenere la sua famiglia
aveva accettato di buon grado di fare l’operatore ecologico, anche se
con l’incognita del futuro. Lo scorso settembre il contratto era
scaduto. Manca era di nuovo disoccupato ma confidava in un altro
incarico a tempo. A complicare la situazione è intervenuto il nuovo
appalto vinto da “Italia ‘90”, una società di Palermo che è subentrata
alla Aimeri il 1° novembre. Va detto che la ditta siciliana non aveva
obblighi contrattuali nè sindacali riguardo alla posizione lavorativa
di Manca. Tuttavia, sulla base del capitolato d’appalto che prevede un
ampliamento dei servizi, l’uomo confidava in una chiamata. Che però non
era ancora arrivata.
E’ sempre difficile, se non impossibile,
stabilire i percorsi che conducono alla scelta di togliersi la vita,
tante sono le implicazioni personali, sociali, di relazione, e
psichiche. Il fatto è che al termine di questo drammatico percorso,
Paolo Manca ha preso la decisione. E’ sceso nel garage sotto casa in
via Aurelia Ponente, ha fissato un capo della corda a una trave,
l’altro intorno al collo, e si è lasciato andare. Qualche ora più tardi
il rinvenimento del corpo, l’allarme, i soccorritori, il medico legale,
il passa parola tra i cittadini del paese. Ieri mattina, al termine
degli accertamenti di rito, i carabinieri hanno chiuso il caso e
trasmesso gli atti alla procura: nessun intervento esterno, è un caso
di suicidio. Già.
NDR Oltre i 40: come commento abbiamo scelto la lettera anonima che riportiamo a seguire:
Cara/caro Giornalista,
ti scrivo per parlarti di un dramma tutto italiano. Una situazione che
esiste ma della quale non si può e non si deve parlare. Una vergogna
che ci si deve tenere dentro, perché il parlarne, il protestare non
aiuta, anzi, peggiora la situazione e l'isolamento!
Oggi (ven 23 nov 07) un giornale politico italiano riporta la notizia di Paolo, uno di noi che alla fine ha avuto il coraggio di ricorrere all'unica vera soluzione possibile: il suicidio.
Peccato però che la notizia serva solo a "cavalcare" la sensazionalità, per mettere l'accento sulla precarietà in generale, per sfruttare politicamente il dramma dei tanti giovani che non possono più avere un lavoro stabile (ma che comunque qualcosa alla fine, se vogliono, trovano sempre), dimenticando così un'oscura realtà nazionale che impedisce agli ultra quarantenni disoccupati, di avere ancora una possibilità di lavoro. Troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per lavorare.
Già, perché non contano l'esperienza e la maturità di una persona, perché se resti senza lavoro e non sei più giovane, può solo voler dire che non sei qualificato, che non sei più in grado di aggiornarti e quindi sei solo una grana, un debito, una persona da schivare al pari di un appestato... anche se magari tutto questo non è vero; anche se saresti in grado di insegnare ai giovani tante cose apprese nella tua lunga esperienza di lavoro.
Così non ti permettono più neppure di dimostrare quanto vali, e se ti presenti ad una ricerca di lavoro dichiarando la tua età e la tua disoccupazione, sei automaticamente escluso, prima ancora di capire cosa sai fare e quanto puoi valere.
Quando poi scopri che le istituzioni per prime non si preoccupano della tua situazione. Quando ti accorgi che il Centro per l'Impiego che ti dovrebbe aiutare, come accade da sempre ad esempio qui a Parma, applica di regola il filtro dell'età, nonostante esistano leggi europee e nazionali che lo vietano: allora capisci che sei davvero un rifiuto della società.
Che i tuoi diritti sono inferiori a quelli di un extra comunitario. Che la tua situazione è meno importante anche di quella di un povero animale lasciato morire ai margini di un'autostrada, per il quale però tanta gente si muove a compassione.
Allora, se non hai la fortuna di avere una famiglia che ti permette di sopravvivere, e alla quale non puoi più dare nulla in cambio, non ti resta che togliere il disturbo.
Andartene in silenzio, sperando che "nell'altro mondo" ci sia una possibilità di lavoro anche per te.
Ti saluto, caro giornalista, e se almeno tu vorrai interessarti davvero a questo assurdo dramma, che forse potrebbe colpire anche te, ti chiedo cortesemente di farmi solo un unico, piccolo favore: l'anonimato!
Perché nessuno sappia che io appartengo a questa maledetta categoria da più di tre anni, così che io possa fingere di non avere problemi, nella speranza che qualcuno si degni di prendermi ancora in considerazione.
Nella speranza di non dover mai ricorrere all'unica, ultima, definitiva soluzione, per non essere più di peso a chi mi vuole bene, andando a cercar lavoro "altrove" assieme a Paolo...
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