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Storia di Fabio, operaio del settore metalmeccanico. Da poco più di tre anni sta vivendo una situazione paradossale: ha firmato decine e decine di mini contratti di lavoro a tempo determinato. Sempre con la stessa azienda…
A volte il problema del lavoro non è solo la paga. A volte sono le certezze, quando mancano. Fabio ha 32 anni, abita e lavora a Vigevano, in provincia di Pavia. “Almeno ci provo a vivere”, racconta con ironia. Già, perché nel giro di tre anni e mezzo Fabio ha perso il lavoro 25 volte dopo avere siglato altrettanti contratti e tempo determinato.
“A volte durano anche una sola settimana, o anche due. Entro, faccio il mio lavoro, non faccio in tempo a prendere il ritmo che devo andarmene via”. Fabio parla di ritmo, perché non gli manca la dimestichezza con il posto di lavoro. Del resto lui, metalmeccanico, viene chiamato sempre dalla stessa azienda, non è uno dei girovaghi delle società di lavoro interinale.
“Alla fine mi ero adeguato, perché speravo sempre di essere assunto.
Eppure, se mi chiamavano così spesso, dovranno pure avere bisogno di
qualcuno”, spiega. Già, intanto così il suo contratto viene ogni volta
azzerato, zero ferie, zero anzianità, zero scatti di contratto. Ogni
volta Fabio arriva e prende il minimo contrattuale. Tradotto, se va
bene si parla di 990 euro mensili, “che poi se li dividi per le due
settimane o la singola settimana di lavoro, vedi tu che cosa porto a
casa”, allarga le braccia con amarezze.
“Mi spacco la schiena ma l’azienda così ha il massimo: di fatto sono
senza diritti, ma loro sono in regola perché hanno un contratto con
tanto di contributi”, racconta l’operaio. Che spiega un altro dei
paradossi: “Vedi, nel periodo in cui sto fermo potrei anche accettare
un altro lavoro. Ma ho trovato solo altri impieghi a tempo determinato,
dove le aziende mi hanno chiarito subito che non avrei avuto un futuro.
Così alla fine non volevo mettere a rischio l’unico posto a modo suo
continuativo”.
Perfino la malattia, di fatto, è formalmente pagata, ma è a rischio,
“certo, mica posso prendermi l’influenza per tre o quattro giorni,
visto che il mio contratto inizia il lunedì e finisce il venerdì. Non
posso sparire per tutti quei giorni”. Adesso il lavoratore si è
stancato, ha chiamato il sindacato, vuole andare in fondo a questa
storia e farsi riconoscere come dipendente. “Per ora ci ho guadagnato una causa e la perdita del posto che, per
quanto poco, mi rendeva qualche cosa”. Tutto bene? No, l’azienda ha
chiamato i suoi avvocati e Fabio sussurra, con un filo di voce: “Mi
sembrano molto decisi e in un incontro hanno fatto un elenco di sponde
giuridiche a loro favore. Sai, comincio a temere che abbiano ragione
loro”.
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