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Testo tratto da: Progetto SPI@LEARN - Sviluppo dei Servizi per l'Impiego - Le buone prassi dell'orientamento professionale over 40 (499.52 kB) - Giugno 2005 - Dipartimento della Funzione Pubblica per l'Efficenze delle Amministrazioni.
L'Unione Europea considera la realtà della disoccupazione in età matura una nuova grave emergenza. Un terzo dei disoccupati in Europa appartiene alla categoria dei padri e delle madri di famiglia. L'età a rischio di espulsione dal ciclo produttivo è 40-45 anni. Alla luce delle stringenti implicazioni di ordine socio-economico che sono ad essa correlate (l'occupabilità, l'aggiornamento professionale e lavorativo, la fuoriuscita anticipata dal lavoro, la sostenibilità del più complessivo "sistema di welfare"), la "questione" dei lavoratori adulti è, quindi, entrata stabilmente nell'attualità politica dei diversi paesi europei dando vita ad una sorta di policy change che ha determinato, come impatto più evidente, l'elaborazione (in particolare dal lato delle istituzioni pubbliche) di numerosi programmi ed interventi a livello nazionale, regionale e locale.
La disoccupazione adulta ha connotati di rilievo anche in Italia, dove si stima che il fenomeno riguardi tra i 700.000 e il milione di cittadini ( n.d.r. dato riferito al giugno 2005 oggi sicuramente molto più importante).
Il progressivo allungamento della vita media della popolazione, insieme
al declino della natalità, fa sì che il numero dei lavoratori "anziani"
sia in forte aumento. Si tratta di un segmento dell'offerta di lavoro
tra quelli più esposti al rischio di perdere il posto di lavoro e con
minori prospettive di trovarne un altro: i soggetti tra i 55 e i 64
anni sono pari al 17,5% della popolazione in età attiva al 2000 e sono
destinati a divenire il 19,2% entro il 2010. Essi, nonostante siano
stati interessati da una dinamica particolarmente positiva - essendone
l'occupazione cresciuta del 9% negli ultimi due anni ed il tasso di
occupazione aver definitivamente invertito la tendenza negativa degli
anni passati, giungendo al 30,6% - rimangono la componente più lontana
dalla media europea.
E' questa una disoccupazione
particolarmente sensibile alla congiuntura economica, ulteriormente
condizionata da alcune contraddizioni presenti nel nostro sistema:
-
la disequazione tra le misure a sostegno della disoccupazione giovanile
e quelle a sostegno degli adulti, che ha l'effetto di penalizzare i
lavoratori di mezza età;
- la rincorsa alla flessibilità, senza considerare il fattore età: una cosa è essere flessibili a 25 anni, altro a 50;
-
la scarsa considerazione, nella programmazione dei contenuti della
formazione e della riqualificazione professionale rivolta ai
disoccupati adulti, dell'alta competenza spesso già possedute dagli
stessi;
- i continui interventi sul sistema previdenziale: al
prolungamento delle aspettative di vita corrisponde sempre di più la
drammatica riduzione del periodo della vita attiva;
- la scarsa, se non nulla, attenzione verso misure di sostegno al reddito.
Da
parte delle istituzioni, è quello della disoccupazione adulta un
fenomeno recepito con grave ritardo. Gli interventi risultano
frammentati e disordinati, carenti di serie analisi sui trend
economici, sulle dinamiche del mercato del lavoro e indicativi di un
certo declino dell'attuale sistema di sviluppo. A peggiorare la
situazione, contribuiscono i metodi impiegati dalle aziende. Il
fenomeno dello "svecchiamento" delle imprese nasce, infatti, alla metà
degli anni '90, con politiche del lavoro del tipo young-in/old-out,
implementate soprattutto attraverso incentivi alle assunzioni dei
giovani. Le motivazioni sono di ordine culturale, scaturite dalla
presunta minore flessibilità ed adattabilità ai cambiamenti della
popolazione adulta rispetto a quella più giovane.
Gli interventi
normativi finalizzati a favorire l'invecchiamento attivo appartengono a
due filoni, rintracciati sia a livello europeo che nazionale: uno
mirante al mantenimento al lavoro dei soggetti over 45, l'altro
focalizzato sul reinserimento al lavoro dei soggetti usciti dal mercato.
Rispetto
al quadro nazionale, la novità più recente è l'approvazione della c.d.
Legge Biagi. Tale legge ha innovato profondamente il diritto del
lavoro, riformando o creando ex novo numerose tipologie di lavoro
"flessibile", alcune delle quali molto aderenti al problema dei
lavoratori adulti.
In particolare, il contratto di inserimento,
o meglio di reinserimento, è destinato ad una serie di categorie di
lavoratori, tra cui spiccano i lavoratori con più di cinquanta anni di
età privi di un posto di lavoro, ed i lavoratori che desiderano
riprendere una attività lavorativa e che non hanno lavorato per almeno
due anni.
La riforma Biagi destina anche altri contratti ai
lavoratori over 45, come ad esempio il c.d. contratto di lavoro
intermittente. Tuttavia, tale tipologia contrattuale potrà
probabilmente interessare un segmento limitato del mercato del lavoro:
la sua struttura, infatti, impedisce una qualsiasi fidelizzazione o
formazione del lavoratore, rendendo difficile l'esecuzione di
prestazioni superiori a mansioni di base.
La seconda innovazione
da considerare risale al 2001, quando la c.d. riforma del "Titolo V"
della Costituzione ha attribuito alla potestà legislativa delle Regioni
ordinarie la competenza a disciplinare la "tutela e sicurezza del
lavoro", intendendo per queste il "mercato del lavoro", inteso come
servizi per l'impiego e le politiche attive per il lavoro.
In
Italia, sono, infatti, i Servizi per l'Impiego ad occuparsi
maggiormente di orientamento per adulti. A questo proposito la riforma
del collocamento avviata in Italia dal Decreto Legislativo 469/97 ha
subito evidenziato la complessità e la specificità dell'intervento
orientativo rivolto a questo pubblico adulto rispetto ad una più
consolidata attività rivolta ai giovani.
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